Inflazione e svalutazione: perché è inaccettabile per l’Italia l’uscita dall’Euro

Come i non più giovani ricordano, dal 1974 al 1981 l’inflazione in Italia raggiunse medie veramente elevate, dal 25% del 1974 al 20% del 1980.  Poi cominciò a decrescere, portandosi gradualmente dal 18% del 1981 al 3% nel 2001, per poi calare ancora portandosi a zero nel 2014 e 2015. E’ salita poi all’1% del 2018.

Ma cos’è l’inflazione? Non è altro che l’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi in un tempo determinato. E’ valutata solitamente su base annuale ed espressa in percentuale.

L’aumento dei prezzi è causato, solitamente, da due cause principali: aumento della quantità di moneta circolante e aumento dei prezzi delle materie prime.

L’aumento di moneta circolante è l’immissione nel sistema economico di nuova moneta da parte della Banca Centrale (si dice che si “stampa moneta”) che non è proporzionale al contemporaneo aumento dei beni prodotti nel paese.

Con l’aumento di moneta si finanzia il pagamento di pensioni o stipendi, investimenti, servizi, spese straordinarie (ad es. in passato si finanziavano le guerre),  ecc.

Si genera così un aumento dei prezzi. Esemplificando:  se per un determinato bene ho in circolazione un euro costerà un euro; se ho in circolazione un euro e venti costerà un euro e venti con un aumento del prezzo del 20%.

Le conseguenze dell’aumento dei prezzi sono più gravi in quanto non tutti hanno a disposizione la stessa quantità di moneta: alcuni ne hanno di più, altri di meno; conseguentemente l’aumento dei prezzi può essere adeguatamente fronteggiato solo da una parte della popolazione; per la parte a minor reddito o più povera sarà più difficile acquistare la stessa quantità di beni (si pensi ai beni di prima necessità, cibo e medicinali).

L’aumento dei prezzi può essere generato anche dall’aumento del prezzo delle materie prime,  rispetto al quale l’Italia è particolarmente vulnerabile (si pensi ad es. a cosa avvenne al tempo della cd. “crisi petrolifera” per l’aumento del prezzo del petrolio negli anni dal 1973 al 1981, con il conseguente aumento dei costi dell’energia).

I maggiori costi delle materie prime e quindi di produzione determinano un aumento dei prezzi al dettaglio, con conseguente diminuzione della possibilità di acquisto dei beni; la diminuzione degli acquisti determina la successiva riduzione della produzione di beni e servizi (se costano di più se ne possono acquistare di meno e se ne produrranno di meno); ne deriva un impoverimento generale (minor produzione vuol dire anche più disoccupazione e meno retribuzioni). Anche in questo caso la popolazione  che ne risentirà di più sarà quella più povera.

In entrambi i casi altro effetto deleterio dell’inflazione è l’erosione del valore del risparmio accumulato dalle famiglie; il denaro varrà di meno, in quanto con la stessa quantità di prima ora posso acquistare meno prodotti o servizi.

Le imprese  riducono gli investimenti, meno necessari in quanto saranno prodotti meno beni, acquistati in minor quantità dalla popolazione.

Una delle conseguenze dell’inflazione è la svalutazione della moneta ossia diminuzione del valore di una determinata moneta rapportata alle altre. Il valore di una moneta dipende infatti da  quanto può essere acquistato con una determinata unità della stessa.

Per chiarire meglio possiamo tenere  presenti i cambi che c’erano una volta fra lira e marco tedesco. Fra l’ottobre 1985 ed il settembre 1992 il cambio lira/marco aumentò da 675 a 765 lire per marco; fra l’ottobre 1992 e l’aprile 1995 arrivò a 1.248 lire per marco per poi scendere, al varo della moneta unica nel gennaio 1999, a 989,999 lire per marco  (rapporto di conversione ufficiale).

Da cosa erano determinate queste differenze? Facciamo un esempio. 1 kg di pane costa 1.000 lire in Italia e 1 marco in Germania. Il rapporto di cambio lira/marco è 1000 a 1: occorrono mille lire per acquistare un marco.  Se successivamente  in Italia per 1 kg di pane ci saranno  in circolazione 1.200 lire (per aumento di quantità di moneta circolante o per  un aumento di prezzi al dettaglio derivanti da carenza di merce)  un kg di pane costerà 1.200 lire, mentre in Germania costerà sempre 1 marco. Se il cambio ufficiale resta 1000 a 1 abbiamo un disallineamento del cambio ufficiale da quello reale: si ricorrerà conseguentemente ad una svalutazione fissando una parità per il cambio ufficiale a pari al cambio reale: nel nostro caso la svalutazione della lira sarà del 20% ed il nuovo tasso di cambio sarà 1.200 lire per 1 marco.

La svalutazione più clamorosa per la lira fu quella del 16 settembre 1992 quando la nostra moneta fu costretta a uscire dall’allora sistema monetario europeo e perse dal 20% al 30% sulle altre valute europee e sul dollaro americano.

Un paese dove la moneta è svalutata trae momentaneo vantaggio dal minor costo delle sue esportazioni e può conquistare mercati con il basso costo dei suoi prodotti: così a una diminuzione della domanda interna nel paese (la popolazione acquista meno beni) si contrappone un aumento delle esportazioni che porta ad un aumento della produzione con conseguente riequilibrio della bilancia dei pagamenti (che rappresenta la differenza di valore tra le importazioni e le esportazioni di beni, servizi, flussi di capitale e trasferimenti unilaterali).

Purtroppo questi effetti positivi si attenueranno nel tempo, quando le imprese dovranno ricostituire le scorte per produrre (le importazioni saranno più care) ed effettuare nuovi investimenti.

Aumento dei prezzi (inflazione), maggior costo degli investimenti, crollo del valore del risparmio: in caso di svalutazione avranno un impatto negativo  via via maggiore sulla popolazione rispetto al positivo aumento delle esportazioni   e dell’occupazione. Anche per le contromisure adottate dagli altri paesi per frenare la convenienza delle importazioni di prodotti italiani (ad es. dazi, barriere doganali, ritorsioni, ecc.)  i vantaggi si attenueranno e resteranno solo, in tutto il loro peso, le negatività.

Non a caso la politica monetaria europea ha come obiettivo principale il mantenimento della stabilità dei prezzi, perseguita dalla BCE (Banca Centrale Europea) tra l’altro anche tramite:

  • politica mirata dei tassi di interesse (oggi inferiori al 2% ma previsti tendenzialmente al 2% nel medio periodo);
  • acquisto di titoli vari compreso i titoli di stato sul mercato per evitare speculazioni e variazioni della liquidità;
  • conio della moneta (Euro) a cura dei singoli Stati ma nel rispetto della quantità assegnata dalla BCE.

Quanto sopra detto, anche se molto semplificato, può dare un’idea di come siano estremamente dannose e fuorvianti le ambizioni e gli auspici manifestati, in un passato molto recente, non troppo velatamente, da esponenti della Lega, di far uscire l’Italia dall’EURO: senza tener conto dei costi enormi (rimborsi di finanziamenti, penali, ecc.) che dovremmo pagare per sganciarci  (vedi Inghilterra con la Brexit) con una svalutazione della lira nei confronti dell’Euro da alcuni prevista del 40% ridurremo sì in valore reale il nostro debito pubblico (oggi 2.354/miliardi di Euro) ma impoveriremmo in egual percentuale  tutte le altre attività  (case, terreni, aziende, titoli, ecc., la cd.  “ricchezza delle famiglie”) che  ammontava a fine 2018 a più di 10.000 miliardi di Euro).

La Lega e gli avversari dell’Euro auspicano l’uscita dell’Italia dalla moneta unica in quanto si attenuerebbero  in tal modo i “vincoli” europei che frenerebbero il nostro sviluppo ed i nostri investimenti. Ma, paradossalmente, le conseguenze  per l’Italia sarebbero peggiori: in un mercato globalizzato per avere nuovi investimenti dall’estero e per il rinnovo dei nostri titoli di Stato gli investitori stranieri a un’Italia non facente parte della moneta unica chiederebbero requisiti economici e di bilancio più stringenti di oggi; nel caso non fossimo in grado di soddisfare tali  richieste si registrerebbe un aumento dei tassi di rifinanziamento del debito, con conseguente aumento dell’inflazione, aumento del debito pubblico (che sarà poi da rimborsare),  sofferenze delle banche (piene di titoli di Stato), ecc.; insomma si manifesterebbero per l’Italia tutte quelle negatività che l’Europa oggi, a volte incompresa, cerca di evitarci.

Giovanni Banfi